giovedì 2 luglio 2009

Raccolta differenziata


“Sono tornata”, ha annunciato la signora M. di ritorno dalle ferie con aria trionfante e più severa del solito.
Ha imbracciato il suo spazzolone sposta-polvere (non la porta via, la sposta soltanto, sollevando dense nuvole grigie al suo passaggio) e si è incamminata con indolenza facendosi strada tra i cavi di rete della stanza.

La signora M. è la nostra donna delle pulizie in ufficio.
Ha un’età indefinita tra i 50 e i 60 anni, veste in modo sciatto, non si trucca, a parte due righe sbavate di matita blu sotto gli occhi, spesso porta un mollettone in testa. E’ stanca. Posso capirla bene, il suo non è un lavoro edificante, ma non perde occasione per farci pesare quello che fa per noi.
La nostra stanza, inutile dirlo, è un porcile. Non perché siamo sporchi noi…è perché la signora M. col suo strano arnese simil-mocio asciutto sposta la polvere e basta, non la toglie, svuota i cestini ogni 2-3 giorni (3 cestini con 12 persone, si riempiono in mezza giornata) e, appena può, ci rimprovera.

La sua, in un ufficio come il nostro (e in una posizione da “esterni” come la nostra), è una posizione di potere.
Se “siamo bravi” lei fa finta di pulire e noi evitiamo di essere inglobati in un mega cespuglio di polvere e capelli. Se qualcosa non le va giù, per qualche giorno non ci degna della sua presenza e noi subiamo le esalazioni di bucce di banana putrescenti e residui ammuffiti di yogurt, siamo subissati dalle bottiglie di plastica e dai cartoni usati di pizza. Senza poter dire nulla.
Non è facile la vita da “esterni”.

Ma torniamo alla signora M. e alla sua dichiarazione iniziale…un po’ troppo “gasata” per essere di rientro dalle ferie. Negli occhi aveva uno strano luccichìo, quello un po’ folle di quando sta architettando un nuovo rimprovero..ha già protestato per i fili per terra, per le troppe sedie in mezzo alla stanza (come se qualcuno potesse lavorare in piedi…), per i tavoli pieni di carte (che in ogni caso lei non pulisce), per le scrivanie ingombranti e mille altre cose.
Ora, però, è diverso. Perché la signora M. è diventata ambientalista. E ha deciso che dobbiamo cominciare a dividere i rifiuti, per fare la raccolta differenziata.
Fin qui nulla di male, se non fosse che le sue regole di suddivisione diventano ogni giorno più complesse e creative.

I bicchieri di plastica non vanno nella plastica, vanno nel cestino dell’umido, perché sono bagnati. Le bottiglie dell’acqua devono essere svuotate nel lavandino prima di gettarle via. La carta sporca va nell’umido. La carta plastificata non si sa, a volte la buttiamo in un posto (che a lei non va) a volte in un altro (che a lei non va comunque). Le bottiglie vanno schiacciate così occupano meno posto, e così via.
Poi ogni tanto arriva un omino e butta tutto in un unico secchio nero di plastica. E comincia un’altra giornata di raccolta.

Ma perché sono qui a parlarvi della signora M. e della sua nuova mania?
Perché l’idea, a pensarci bene, non è affatto male.
Io vorrei fare, soprattutto in questo periodo, una bella raccolta differenziata dei ricordi e dei pensieri.
Tre bei cestini colorati, tipo quelli di Ikea, uno accanto all’altro.

Nel cestino n.1 quello azzurro, metterei tutte le cose belle successe dalla primavera ad oggi. Le lezioni di danza con le percussioni dal vivo, i cieli azzurri, i fiori spuntati in giardino, le risate con gli amici, gli auguri arrivati da chi non mi aspettavo, le persone ritrovate dopo tanto tempo, un anello importante con un doppio significato, una mattina di sole, le orchidee, l’abbraccio di mia madre, l’emozione di una promessa, la felicità di una bellissima serata, una danza dedicata a me che mi ha fatto commuovere, degli applausi, i fili d’erba, un viaggio itinerante, dei paesaggi meravigliosi e non troppo lontani.

Nel secondo cestino, quello verde, metterei le speranze. Quello che vorrei per me e per chi mi vuole bene. Un lavoro più umano (anche lo stesso, ma semplicemente meno freddo e cattivo), un corso di danza da vivere con serenità e in cui migliorare il più possibile, giornate di sole (fuori e dentro), risate, coraggio, e spirito di iniziativa. Riuscire a riprendere i fili di quello che conta davvero e non dimenticarmene mai.

Nel terzo cestino, facciamolo marrone, questo qui, metterei tutto ciò che voglio buttar via di questi ultimi mesi. Le delusioni, gli abbandoni, la rabbia, le critiche senza costrutto, il mobbing, il mal di stomaco e il mal di testa, l’agitazione, l’ansia, il non volersi alzare la mattina per non tornare in quell’inferno creato dal nulla. Le doppie facce, l’amicizia di comodo, chi ti cerca solo per usarti come valvola di sfogo e assorbe le tue energie lasciandoti vuota e sola.
Le giornate di pioggia. L’umidità. I capelli bianchi.

Cosa farei, poi di questa bella raccolta multi-cestino non saprei.
Forse è solo un po’ una scusa per fare il punto della situazione dopo essere stata lontana per tanto tempo.
Perché, come la signora M., anch’io ora “sono tornata” in questo spazio virtuale.
Con voi.
E ho un bel po’ di cose da raccontarvi.

sabato 21 marzo 2009

Non sembrerebbe ma...


...oggi è ufficialmente primavera.
A parte il cielo azzurro e le margherite che vedete qui sopra nate nel mio giardino, da un paio di giorni è scomparsa ogni traccia del tepore tanto atteso.
Lunedì ho indossato, dopo tanto nero e marrone invernali, la mia maglietta turchese...si stava benissimo e già sognavo di passare almeno una giornata del weekend seduta in giardino a godermi un po' di sole.
E invece...di nuovo freddo, vento gelido, la neve al Terminillo.
Alla radio ieri sera dicevano che ne saranno felici gli sciatori.
Io però non scio. E comincio a stufarmi del freddo.
Così mi consolo per l'assenza di nuvole, cammino sul lato del marciapiede esposto al sole...e sorrido alle mie margherite, segno inequivocabile che, prima o poi, la mia stagione preferita arriverà anche quest'anno.

giovedì 19 marzo 2009

Osteria della Sòla


Sono due giorni che inizio a scrivere questo post e succede qualcosa che mi fa rimandare….è un po’ la caratteristica di questo periodo, non si riesce a trovare un attimo per fermarsi, mettere a posto le idee e scrivere, anche se la lontananza dal blog si fa sentire e mi vengono in mente mille idee che sono costretta a mettere da parte.

Iniziamo dalla sòla, che non è una suola di scarpa né una tizia dall’accento strano che soffre perché abbandonata da tutti, ma la classica “fregatura” in gergo romanesco.
In più di un’occasione vi ho raccontato che sono una gran golosa, e quando posso mi piace sperimentare nuovi locali. In genere, dato che in cucina non me la cavo troppo male, specialmente nelle occasioni un po’ più “importanti” non vorrei “solo” mangiare bene, ma anche trovare un ambiente particolare, inusuale, un po’ di originalità che mi faccia rimanere soddisfatta per aver speso soldi in più e non essere rimasta a casa a preparare qualcosa nella mia mini-cucina da alchimista…
Ero convinta di trovare proprio questo, quando ho deciso di prenotare in questo ristorantino del centro…Date le premesse mi sembrava il posto giusto per passare una bella serata, festeggiare un evento piacevole, assaggiare qualcosa di speciale e tornare a casa con un bel sorriso.

Ci eravamo capitati per caso qualche tempo fa, passeggiando tra le bancarelle di una mostra di pittura, in una via animata e suggestiva della Capitale. Da fuori il posto sembra un piccolo gioiello, in mezzo a tanti locali standard e un po’ asettici: le finestre incorniciate di blu, gli ombrelloni all’entrata, le finestre del primo piano semiaperte da cui si intravedono lampadari di stoffa dal gusto un po’ retrò. Un’edera rampicante che ricopre parte della palazzina dà al tutto un’aria pittoresca e fuori del tempo. E’ amore a prima vista. Ma quel giorno abbiamo altri giri da fare, prendiamo nota del nome e ci promettiamo di tornarci alla prima occasione.

E così un giovedì, dato che è 12, dato che non c’è nulla in frigo, dato che la settimana è stata pesante e la voglia di gratificazione aumenta in proporzione, colgo la palla al balzo e chiedo a M. di prenotare un tavolo.

Fa freddo, quella sera, ma dopo tante giornate minacciate dalla pioggia una volta tanto non c’è bisogno di aprire l’ombrello. Parcheggiamo piuttosto lontano, come sempre quando si tratta di fare un’incursione in centro senza i mezzi pubblici. La colonnina del parcometro, attivo fino alle 3 di notte, ci attende come una sentinella e reclama il suo dazio. La camminata sui sampietrini (ma perché non ho messo le scarpe da ginnastica invece di questi simpatici stivaletti che si infilano in ogni fessura?) sembra una prova a ostacoli, ma c’è l’attesa della cena in quel posto così carino, che mi fa dimenticare ogni scomodità.

All’ingresso siamo accolti da una ragazza gentilissima (dato degno di nota, credo sia l’unico punto di forza che ho trovato in questo ristorante) che ci chiede i giacconi, li appende a una stampella, e ci consegna una carta da gioco per il loro ritiro. Da lì comincio ad intuire che il conto della cena non sarà particolarmente economico…ma fa niente, una volta tanto si può fare.

Inizia la prima nota stonata: nonostante avessimo prenotato e la sala fosse vuota, ci viene assegnato un tavolino piccolo e scomodo, quasi di taglio alla porta (e alla relativa corrente fredda). La cameriera ci vede delusi, ma è simpatica e gentile, perciò decide di accontentarci spostandoci in un angolo un po’ più comodo e discreto (“sapete, il principale non vuole che diamo questi tavoli alle coppie….non si sa mai che debba arrivare una comitiva…possiamo unirli e fare un tavolo unico…”). Ma il locale non è affatto pieno. Anzi.

L’aspetto all’interno mantiene abbastanza le promesse. Luci soffuse, illustrazioni di pop-art alle pareti, un misto un po’ kitch ma gradevole di richiami antichi e moderni.
Il tavolo è piccolo. Troppo. Ci portano il cestino del pane e quasi non c’è spazio dove poggiarlo. Forse colpa degli enormi sottopiatti di vetro, che prendono quasi tutta la tovaglia, ogni portata diventa il pretesto per equibrismi ed incastri stile “tetris”.

Apriamo il menù. Chissà perché da un posto così mi aspettavo una proposta completamente diversa. Sognavo rivisitazioni, creatività, macrobiotica, quello che volete, ma mai il classico menù per turisti con pasta al ragù, ravioli, lasagne e carbonara. A prezzi, ovviamente, stellari. Mi cadono le braccia mentre leggo e rileggo le voci della lista. Le scaloppine al marsala (che preparo a casa quando ho poca fantasia e poco tempo) vengono 14 euro…e sono uno dei piatti più economici. I contorni vengono 8 euro, 7 le patate al forno. Ma si sa, siamo in centro… Mi guardo attorno e realizzo che i pochi tavoli liberi sono quasi tutti occupati da stranieri. Siamo in trappola.

Dopo averci pensato un bel po’, mi butto sul piatto più originale tra quelli elencati: “gnocchi con le vongole” chiediamo con aria speranzosa alla cameriera (dato che è giovedì, secondo la tradizione dovrei trovarli fatti il giorno stesso). E invece no. “Oggi non serviamo pesce. Lo trovate solo il martedì, il venerdì e il sabato”. Perfetto…si dimezza la scelta del menù…Ci guardiamo sconsolati. “Hei” sussurro a M. con aria complice e un po’ sconfitta “A me di queste cose non attira nulla!” “Neanche a me” fa lui, che in genere è una buona forchetta, ma come me si aspettava qualcosa di diverso. “E adesso che facciamo?”… Ricominciamo a leggere e rileggere, alla fine l’unico piatto che ci attira, perché diverso dalla fettina alla piastra e dal filetto ai ferri che possiamo mangiarci comodamente a casa nostra, è la coratella con i carciofi.

Piatto povero e tipico della cucina romano-laziale, la coratella è un piatto (bello pesante) a base di interiora d’agnello. Ne ho già parlato qualche tempo fa….a proposito di un altro ristorante. Non lo mangio mai, è una di quelle classiche pietanze che uno mangia una o due volte l’anno, perché non ho nemmeno capito bene se mi piace sul serio… però è sfizioso, e con i carciofi non l’ho ancora mai assaggiato.

Dato che io e M. non siamo grandi bevitori (mi piace bere bene, ma in modica quantità), chiediamo se sono disponibili mezze bottiglie o vini al bicchiere. La cameriera ci guarda con aria costernata “In realtà sì, abbiamo il vino della casa…” ma dalla faccia non sembra affatto convinta “è un vino toscano….e…ehm…buono….ehm…se volete ve lo faccio assaggiare”. Mi volto con discrezione e vedo che agli altri tavoli si deliziano con questo vino della casa, ma la titubanza della nostra simpatica ospite ci fa pensare che forse sì, conviene assaggiarlo prima di ordinarlo sul serio. E infatti è una porcheria. Prima di tutto sta in un bottiglione da cinque litri, di cui occupa nemmeno un quarto. Segno che è stato aperto già da un bel po’. Il tappo è un normale tappo a vite, un trattamento che in breve tempo metterebbe a dura prova anche il migliore dei vini da tavola. All’assaggio è aspro, alcolico e per niente piacevole da bere. Ci dirottiamo su un’economica (secondo il menù) bottiglia di Nero d’Avola da 20 euro. Il cestino del pane ha 2 fettine di casareccio, tutto il resto è alle olive (che detesto, ma è colpa mia).

La coratella arriva dopo il giusto tempo di attesa, l’aspetto è appetitoso, fa un buon profumo, anche se al posto dei pezzettini di carne a cui ero abituata, trovo dei tocchettoni che di abbacchietto hanno davvero ben poco…il sapore infatti è molto forte, troppo, la carne è dura e gommosa, i carciofi sono stati cotti con tutte le foglie esterne, che restano fibrose e intatte anche dopo lunghi minuti di masticazione. Cerco di mantenere il contegno e mastico…mastico…mastico…Io e M. ci guardiamo ridendo perché non sappiamo dove buttare queste benedette foglie che non vogliono saperne di ammorbidirsi. Alla fine, sconfitti, le abbandoniamo discretamente nell’angolo del piatto, e per evitare che si formi un mucchietto di carciofi sputacchiati, evitiamo di mangiarne altri.

Torna la cameriera e ci chiede se vogliamo un dessert. “Che dolci ci sono?” “Allora…Strudel di mele…” la cosa si fa interessante ma….“No!” grida una voce dal fondo della sala “lo strudel è finito!” “Ah!” fa la nostra cameriera arrossendo “Allora solo crostata di ricotta e tiramisù” . Ci arrendiamo e chiediamo un caffè, rinunciando a prendere una comunissima macedonia da otto euro (che con la frutta invernale, è garanzia di sapore e vivacità).

Il caffè è buono, per lo meno. Ma la cena è stata davvero pessima. Poca scelta, nessuna originalità, piatto di qualità davvero scarsa. E la sòla più grossa è il conto. Una bottiglia d’acqua, una di vino, due secondi (di frattaglie!!!), pane e due caffè, per la modica cifra di 80 euro. “La prossima volta andiamo al T-bone”…mi fa M. con aria complice ma visibilmente insoddisfatta.

Mi dispiace per i turisti, e per la mia città, che si merita una cucina migliore, ristoranti migliori, e proprietari meno “furbetti” e attenti alla clientela. Nota di merito alla ragazza che ci ha servito quella sera, evitandoci almeno una cattiva bevuta.

La prossima volta, spero di capitare in un posto migliore e, perché no, riuscire a suggerirvi un locale dove passare una bella (e “buona”) serata.

lunedì 9 marzo 2009

Ma...ma....

Lo so che scrivo poco e lenta come una lumaca in letargo ma....

Che fine ha fatto la home page del blog????

giovedì 5 marzo 2009

Barcellona - ultimo giorno

L’ultima mezza giornata a Barcellona ci accoglie di nuovo con il sole. Meno male, il volo è prenotato per il pomeriggio e possiamo adarcene in giro ancora per qualche ora. Decidiamo di tornare a Montjuic per la visita del Pueblo Espanol. Si tratta, secondo la nostra guida Lonely Planet, di un posto estremamente turistico ma per certi versi davvero interessante. E’ stato ideato da un team di architetti e artisti che, dopo aver visitato 1600 località di tutta la Spagna, hanno voluto riunire in un solo luogo un assaggio di tutti i diversi monumenti e stili architettonici del Paese. Costruito inizialmente per l’avvento dell’Esposizione Internazionale (1926), è stato successivamente trasformato in un luogo di divertimento. Un mini-paese-borgo, che riunisce botteghe artigiane, ristoranti, locali, e mostre d’arte.

Edifici del Pueblo Espanol




Il Pueblo vale sicuramente una visita, anche se un po’ “finto”, da la possibilità di ammirare edifici che riproducono costruzioni di tutte le regioni spagnole.

scorcio nel Pueblo


Noi siamo rimasti folgorati dalle botteghe, in particolare dalla vetreria, in cui un abile artigiano modellava del vetro incandescente formando dei graziosi cavallucci colorati. Saremmo rimasti ore a guardarlo lavorare. Metteva una pallina di vetro fuso su un’asta a forma di lancia, la modellava a forma di cono, poi la intingeva in una vaschetta di colore e aggiungeva altro vetro fuso….Mentre l’impasto cominciava a colare, l’artista coi lunghi capelli legati dietro la nuca, lo riprendeva rapidamente con un paio di pinze. Un paio di gesti ed ecco formarsi le zampe, dei piccoli tocchi e si intravede la criniera e il musetto del cavallo. Dopo un paio di minuti la statuina è pronta, con la sua magnifica trasparenza attraversata da strisce di colore. Gli chiediamo quanti riesce a produrne e lui ci risponde centinaia al giorno. Fantastico. Questa esperienza vale già da sola il prezzo del biglietto.



Altra sorpresa è la mostra d’arte contemporanea, in cui non possiamo fare fotografie…ci sono opere di artisti famosi, da Picasso a Dalì, ma quello che mi colpisce di più sono le sculture…alcune di aspetto veramente inquietante: un grosso gigante dall’aria crudele che “esce” dal pavimento con fare minaccioso, un bambino calvo seminudo, un essere metà neonato metà maiale…. Quello che accomuna queste opere, almeno dal mio punto di vista, è una visione della realtà poco ottimista…ho trovato pochissimi messaggi di speranza, colore, allegria. Molto più spesso sfumature tetre, disperazione, violenza. Non ho avuto molto tempo per approfondire, ma ci sarebbe da capirne qualcosa in più, mi riprometto di pensarci appena tornata a casa…ma poi mi perdo nelle mille cose di ogni giorno…e torno a interrogarmi su queste forme d’arte solo ora mentre scrivo queste righe.

Ma nel mezzo del viaggio, sono ancora presa dai mille stimoli del Pueblo, installazioni colorate nell’area bambini, spazi per famiglie, un’ampia piazza piena di ristoranti ancora chiusi…Finiamo il giro e, lasciandoci alle spalle la miscellanea di edifici, riscendiamo verso la piazza di partenza.

ancora il Pueblo


il Caixa Forum by day


Un momento per una foto al Caixa Forum illuminato dalla luce del giorno…e riprendiamo la metro per raggiungere di nuovo il mercato della Bouquerìa. Abbiamo iniziato lì con il pranzo, e terminiamo con un altro pranzo, in allegria, davanti a un piatto di carciofi fritti cosparsi di bianchi granelli di sale grosso. E’ divertente mangiucchiare in mezzo a tutto quel caos, brindare con una “copa” di vino bianco, e godersi un piatto di pesce freschissimo appollaiati sullo sgabello di legno.

Sì, questo viaggio è andato proprio bene, ci ho messo un secolo per convincere M., ma ne è valsa la pena. Tornerò a casa nostalgica e soddisfatta, con la voglia di tornare di tanto in tanto a scoprire un altro angolo di questa bella città. E anche voi, se avete apprezzato le foto (o magari il racconto, perché no?) …fateci un pensierino… non è lontano, non costa molto…e la spina si “stacca” che è una meraviglia. Enjoy.

mercoledì 25 febbraio 2009

Barcellona - giorno 3

La terza giornata in giro per Barcellona inizia con la visita della Sagrada Familia, chiesa\cantiere dalle forme straordinarie, capolavoro e simbolo architettonico del modernismo catalano.

La chiesa-cantiere


Neogotica fuori, con le sue torri che sembrano castelli di sabbia, le sue figure allegoriche, le scene della vita di Cristo, gli animali e le altre forme della natura, dentro sembra di nuovo un paesaggio del futuro. Le colonne sono alberi di un bosco spaziale, le balconate ricordano di nuovo scene di un film di fantascienza, le vetrate multicolori portano armonia in un bianco che quasi intimorisce. Le impalcature altissime danno solo una vaga idea della mole di lavoro necessaria per ultimare la costruzione…qualche piccione solitario attraversa l’enorme navata, fermandosi ai margini di questo affascinante bosco di pietra.

particolare


Le colonne-albero


Restiamo a lungo, affascinati da questo posto incantato e mistico, osservando allo stesso tempo la costruzione e il cantiere…poi raggiungiamo il museo, per conoscere altri aspetti della vita di Gaudì e delle sue opere più importanti. Tutti i musei che abbiamo visitato sono davvero ben fatti, ben illuminati, ben allestiti, con ottimi supporti audiovisivi, ologrammi, proiezioni, modellini che si possono toccare e cartelli esplicativi multilingue e bagni facilmente accessibili (sembra superfluo, ma per un turista lo trovo un elemento fondamentale).

Fuori dalla chiesa, ci fermiamo ad osservare i particolari che ci erano sfuggiti, i simboli, le statue, come se non bastasse la macchina fotografica e vorremmo imprimere le immagini anche nella nostra mente, per ricordarle nei minimi dettagli. Gironzoliamo tra le bancarelle natalizie del quartiere, poi torniamo indietro con la metro, fino alla collina di Montjuic. Se doveste decidere di visitare questo posto, vi sconsiglio di fare come noi, che siamo arrivati con la teleferica, perché sarà sicuramente più utile e bella la salita da Plaza de Espanya. In ogni caso, da turisti ignari, siamo arrivati in un punto piuttosto spoglio. Un giardino di sculture, il museo di Mirò, che decidiamo di saltare per questa volta, e un parco abbastanza deserto…che ci delude un po’, dato che il cielo comincia a diventare biancastro e l’umidità a farsi sentire…Ci fermiamo per pranzo in un ristorante dal nome curioso “la Font del Gat”, che prende spunto da una fontanella con sembianze feline. Fa freddino, quindi accogliamo con sollievo l’antipasto a base di affettati locali e il vino rosso, che ci ridanno calore ed energia.

insegna del ristorante "la Font del Gat"


Dopo la pausa nel ristorante, ci rimettiamo in cammino. Il cielo biancastro è scomparso ed è tornato il sole. Decidiamo di non darci una meta e di limitarci a seguire la strada principale. Ci ritroviamo a lato dell’imponente Palau Nacional, sede del Museo Nazionale d’Arte Catalana….non ci addentriamo nella visita, questa volta, forse un po’ saturi per tutte le novità che abbiamo visto in questi giorni, ci limitiamo a goderci il sole e un caffè seduti sulla scalinata di fronte al palazzo. Anche da qui la vista è spettacolare. Si vedono da lontano le colline, in basso la città e proprio davanti Plaza de Espanya e la Fontana Magica, spenta durante il giorno, accesa la sera per uno spettacolo di suoni e luci. Decidiamo di aspettare, anche se presto, abbiamo mille risorse con cui passare il tempo. Prima di tutto sulla scalinata si sta proprio bene. Un chitarrista di origine orientale, accompagna il nostro relax con la sua piacevolissima esibizione. Di nuovo la musica che fa da cornice al paesaggio, come al Parc Guell, e il ricordo senza quella melodia sicuramente non sarebbe lo stesso…

Plaza de Espanya vista da Montjuic


Queste statue si godono un'ottima vista


Palau Nacional


Freddo, sole, musica…Resterei lì chissà quanto, ma nel frattempo la mia attenzione è stata attratta da un manifesto che pubblicizza una mostra gratuita dedicata ad Alfons Mucha, pittore e scultore ceco. Ecco, di nuovo, le coincidenze.
Qualche tempo fa avevo scoperto questo autore sul web, mentre cercavo immagini da inserire sul blog. Avevo trovato decine di quadri…che ritraggono principalmente figure femminili nel tipico stile Art Nouveau. Ero rimasta affascinata e mi ero ripromessa, in un futuro viaggio a Praga, di visitare il museo a lui dedicato. Poi a Praga, per un motivo o per un altro, non ci sono più andata….e il mio proposito è rimasto nel cassetto. E adesso, qui, in una città lontana da casa, ma anche da Praga…ritrovo uno dei miei pittori preferiti, e non posso lasciarmelo scappare.

il mio quadro preferito di A. Mucha


La mostra è organizzata presso il Caixa Forum, Museo d’Arte Contemporanea, situato nelle vicinanze del Montjuic. Si tratta di un’ex fabbrica tessile, costruita ai primi del 1900 secondo gli schemi del modernismo, divenuta successivamente un magazzino, e ancora una scuderia del Corpo di Polizia Nazionale. Nel 1963 l’edificio fu acquistato da un importante ente finanziario di Barcellona, la Caixa, e ristrutturato per farlo diventare un importante centro socioculturale.

Caixa Forum, particolare


L’edificio da solo vale già una visita. Antico e moderno si fondono in perfetta armonia, marmo e mattoni, scale mobili e strane guglie…non era previsto nella visita e invece siamo rimasti davvero affascinati. La mostra di Mucha, interessantissima e – cosa assai gradita – completamente gratuita.
Siamo rimasti per un paio d’ore, in attesa del tramonto, passando il tempo rimasto davanti ad una tazza di tè aromatizzato nella caffetteria del museo.

Quando si fa buio, torniamo indietro verso il Palau Nacional. Sta per iniziare lo spettacolo della Fontana Magica. La gradinata stavolta è piena di gente, arrivata per prendersi il posto migliore. Sullo sfondo, le luci della città, in lontananza una chiesa che sembra d’oro per quanto splende rispetto a tutto il resto.

Panorama serale


Palazzo illuminato (un po' sfocato...ma così bello!!!)


Mi metto un cappuccio di lana per proteggermi dall’umidità….chiacchieriamo per passare il tempo, e finalmente, puntuale come un orologio svizzero, la fontana si accende. Certe esperienze sono troppo difficili da descrivere. La fontana è rotonda, con tanti getti che possono spruzzare acqua in modo differente, combinandosi in forme e disegni inconsueti, il tutto a ritmo di musica. Ogni figura della fontana è accompagnata da fasci di luce colorata, di diverse intensità e sfumature… l’effetto è davvero sorprendente e ipnotico…Ci incanta come bambini davanti alle giostre.

La fontana magica


Il primo spettacolo si svolge sulle note di famosi pezzi classici…il crescendo delle note accompagnato dall’aumento dei getti d’acqua, i colori che cambiano dal celeste al rosa tenue al rosso scarlatto…faccio qualche foto, poi mi fermo incantata a godermi lo spettacolo. Dopo il classico finale trionfante, la fontana, muta, resta a brillare dei suoi mille colori. Ci fermiamo a fare qualche altra foto ricordo, sappiamo che tra poco inizierà il “secondo round”, sono previste tre ripetizioni a sera, e lì per lì, pensando che sia inutile restare al freddo a guardare tutto da capo, cominciamo ad avviarci verso la piazza, utilizzando le pratiche scale mobili discretamente nascoste ai lati della collina…Stiamo già pensando ad un posto caldo dove rifugiarci per la cena, mentre nuove note si diffondono nell’aria della sera. Niente classica, stavolta, ma un ottimo repertorio di pezzi pop-rock di grande effetto. Queen, Annie Lennox, la fontana “cambia faccia” e non possiamo fare a meno di fermarci di nuovo a bocca aperta per altri venti minuti di quel piccolo-grande incanto. Non siamo i soli. La gente è aumentata sulle gradinate, noi la vediamo da lontano su un ponte. Macchine ferme ai lati della strada con le 4 frecce accese, nessuno può perdersi questo singolare show. Stavolta il finale è – forse un po’ scontato, ma senz’altro d’effetto - sulle note di “Barcelona”, cantata da Freddy Mercury e Monserrat Caballé. Questa seconda parte è ancora più bella della prima.

La fontana, il bis


Ce ne andiamo tutti soddisfatti e concludiamo la serata in un bar de tapas con qualcosa di tipico: pane al pomodoro (corrispondente morbido della nostra bruschetta), pulpo a la gallega (che ha l’aria troppo surgelata per essere buono), e crema catalana, ricoperta dal suo croccante strato di zucchero caramellato. La cena non è un granché…forse il posto è troppo turistico, ma la gustiamo allegramente e soddisfatti chiacchierando di tutte le novità che abbiamo visto in questi giorni. Domani ci aspettano le valige…ma Vale ha pianificato la partenza prenotando un volo pomeridiano, per avere ancora mezza giornata a disposizione…e godersi un altro pezzetto di questa bellissima città.

lunedì 9 febbraio 2009

Barcellona - parte 2a

Il secondo giorno a Barcellona inizia con un cielo pulito e l’aria frizzante…usciamo dall’hotel e ci dirigiamo direttamente in un bar pasticceria per un’abbondante colazione simile a quella di casa. Il caffè non è malissimo, basta chiederlo “molto corto” perché anche l’espresso normale nella città spagnola arriva fino al bordo della tazzina…
Dopo esserci rimpinzati di dolci, ci incamminiamo verso Casa Battlò, uno dei capolavori architettonici di Gaudì, che si trova non lontano dal nostro hotel. Per sapere qualcosa in più sulla casa e sulla sua storia, vi rimando al sito ufficiale. Avevo già visto diverse foto della casa, ma dal vivo, in mezzo a palazzine eleganti e signorili, i suoi colori e le sue forme colpiscono più che mai…



Le balconate a forma di teschio contrastano con l’allegria delle mattonelle multicolori, ma la sorpresa dell’esterno è solo un aperitivo…paghiamo il salatissimo biglietto d’ingresso, e ci forniscono una moderna audio guida multilingue…e l’interno supera le nostre aspettative di “luogo curioso”. Tutta la casa si ispira alle forme della natura, in particolare del mare…ogni angolo è fluido e “ondeggiante”, e tutto contribuisce a demolire l’idea razionale di appartamento. E’ come entrare in un film di fantascienza, in ogni stanza ci si aspetta di essere accolti da un essere metà umano e metà anfibio….

Porta e finestra della casa


Il soffitto


Vetrata


Le finestre cambiano colore secondo l’angolazione e i giochi della luce che vi si riflette…meccanismi geniali consentono il passaggio dell’aria nelle camere senza finestra, angoli a forma di fungo consentivano agli ospiti di chiacchierare al calore di una stufa. Vetrate sinuose, colori sfumati, linee curve e morbide, tutto conferisce alla casa un alone di magia.
All’aperto nel patio si riprende il contatto con la realtà. Giochi di mattonelle colorate rallegrano il cortile togliendo l’aspetto grigio e convenzionale di una casa dell’epoca.



E poi la soffitta, con i lavatoi…e fessure lineari che fanno ondeggiare un finto bucato sottoforma di ologramma: l’aspetto del museo è suggestivo quanto la casa stessa.

Bucato virtuale


Continuiamo la visita con la nostra inseparabile audio guida che ci svela trucchi e strategie utilizzate da Gaudì per realizzare questo posto strabiliante e contempliamo ammirati ogni piccolo dettaglio: maniglie ergonomiche, archi, vetrate, e infine la terrazza con il tetto a forma di drago….

Terrazza


Tetto "drago"

Non mi piacerebbe vivere in un posto del genere, la sensazione che si prova in queste stanze è un misto di curiosità e inquietudine….resta il fatto che molte trovate architettoniche sono davvero geniali.

Usciamo un po’ frastornati e ci dirigiamo verso un’altra costruzione di Gaudì, Casa Milà, conosciuta come La Pedrera. Stavolta l’impatto è un po’ meno forte, siamo già preparati ad affrontare un’idea di “casa” del tutto diversa dal solito…e poi questo palazzo sembra molto più “sobrio” rispetto al precedente. Niente colore, tante curve, ma l’aspetto è decisamente più severo, anche per l’assenza di colori. Il grigio della facciata e il nero del ferro battuto perdono austerità solo grazie all’aspetto ondulato di balconi e finestre.

La Pedrera - Facciata


Entriamo pensando di trovarci in un altro habitat “sottomarino” simile al precedente, invece cominciamo la visita dalla parte superiore della casa, in un gioco di archi davvero straordinario. Nel sottotetto è allestito un interessantissimo museo che descrive le opere e le tecniche utilizzate da Gaudì per realizzare i suoi progetti. Filmati, fotografie, modellini, immagini degli elementi naturali da cui l’architetto prendeva ispirazione.



La terrazza è una nuova sorpresa, con in suoi comignoli surreali che ricordano per aspetto i guerrieri di “Star Wars”. Ci godiamo di nuovo la vista sulla città da una nuova angolazione, poi scendiamo al piano inferiore per visitare l’interno di un’abitazione, arredata secondo i criteri dell’epoca. Sembra di fare un salto indietro nel tempo e ci vuole poco a immaginare gli abitanti dell’appartamento che si dedicano alle loro attività quotidiane.

La Terrazza


La casa


Tornati in strada, dopo il nostro tuffo nel passato, ci fermiamo in un bar, anch’esso arredato in stile Gaudì. La prossima meta è Parc Guell, che visitiamo dopo un rapido pranzo in un Kebab Shop sulle Ramblas.
Ancora Gaudì, ancora costruzioni curiose, stavolta i due edifici ai lati del parco sembrano casette di marzapane. Il parco ha un ingresso importante, con fontane multicolori e scalinate, poi la sala delle 100 colonne, ci stupisce di nuovo proiettandoci in un tempio all’aperto, accompagnati dalle note di un chitarrista ambulante che rendono la nostra passeggiata senz’altro più romantica e suggestiva.

Parc Guell




La musica ci accompagna per tutto il parco, sotto le arcate di roccia a forma di stalattiti, sulla terrazza ricoperta di mattonelle, mentre ci godiamo un po’ di riposo facendoci scaldare dal sole del pomeriggio. Comincia a sentirsi un po’ di stanchezza…e dopo aver camminato a lungo per i viali del parco decidiamo di tornare in hotel per una sosta ristoratrice.
Ripartiamo nel tardo pomeriggio, quando ormai è buio, per ammirare il Palazzo della Musica, costruzione dei primi del Novecento, simbolo della nuova architettura modernista catalana e monumento nazionale. Non siamo riusciti a visitare l’interno, per motivi di tempo, ma abbiamo ammirato la fusione classico-moderno della nuova facciata in vetro…e l’aspetto invitante del ristorante con i tavoli illuminati dalle candele…

Palazzo della Musica






Una breve tappa al mercato di Santa Caterina, bello, grande e ordinato ma non pittoresco come la Bouqueria, e per finire la chiesa gotica di Santa Maria del Mar.
Concludiamo la serata con una paella e delle gustose tapas, innaffiate da una buona birra…I piedi ringraziano per il riposo, il brindisi alla bella giornata serve anche a spegnere il piccante di un peperoncino verde traditore. Domani ci dedicheremo alla zona di Montjuic…ma ora ci godiamo una bella pausa e le patatas bravas, che, ricoperte di salsa piccante e di un cremoso condimento all’aglio, in occasioni come questa “ci stanno tutte”.