giovedì 12 novembre 2009

E il gioco è fatto



Per saperne di più cliccate sull'immagine.
E buon proseguimento. :-)

lunedì 26 ottobre 2009

Rallentare


Io sono una che corre. Sempre, anche quando non ce n’è bisogno.
Non me ne accorgo, lo faccio senza pensarci, più o meno in ogni situazione.
Cammino spedita come se dovessi sempre andare a salvare il mondo, anche quando c’è da prendersela comoda…infatti arrivo in anticipo agli appuntamenti il 99% delle volte.
Sono una che “brucia”. Strada, calorie, grasso, pensieri.
Odio stare in fila alla tavola calda, il traffico, la coda alla posta. Forse perché sono costretta a star ferma, porto sempre con me un libro per ingannare il tempo quando so di dover aspettare più di 5 minuti. Alla guida lo inganno col la radio o un cd…e poi scendo e ricomincio a camminare spedita, come se avessi sempre qualcosa di importantissimo ad aspettarmi.
Se ci penso su e mi chiedo chi diavolo me lo faccia fare…mi rendo conto che è poco salutare e mi forzo a prendermela un pochino più comoda…ma è questione di poco tempo, qualche giorno, una settimana al massimo, e poi la mia corsa ricomincia senza nessun motivo veramente valido…dev’essere nel DNA, perché quando cammino con mio padre devo chiedere sempre anche a lui di rallentare il passo.

E per chi corre, o cammina come un treno come me, farsi male a un piede diventa una maledizione a tutti gli effetti, mandata da chissàchi, arrivata chissàcome, di punto in bianco, senza alcun preavviso, senza segnali di sorta.

Da un giorno all’altro non poggio più il piede a terra per il dolore. Non posso camminare, non posso correre, non posso danzare.
Penso che sia una cosa passeggera…ma col tempo e un paio di visite mi rassegno che ci vorrà un po’ più del breve tempo che avevo preventivato…pensavo di correre anche lì…di bruciare le tappe persino con la mia infiammazione, e invece eccomi qua, a distanza di due mesi, ancora un po’ claudicante e senza nessuna indicazione, nemmeno di massima di quanto dovrò aspettare per tornare a sgambettare come prima.

La metatarsalgia funziona così: puoi fare della costosissima fisioterapia, mettere dei plantari impossibili e scomodi, e poi incrociare le dita e “sperare” (come ha detto l’ortopedico) che passi quanto prima.

E nel frattempo? Nel frattempo rallenti.
Ti siedi. Dipendi. Aspetti.

Ma in realtà in questa situazione fastidiosa non tutto si è rivelato negativo…
Per tre settimane sono stata confinata tra le mura di casa.
Io, quella che si sente in ansia solo a passare una domenica senza uscire, ho scoperto che alla fine rallentare ogni tanto non è così male. E’ vero, è stata una pausa forzata, diversa da una vacanza o da un permesso a fini ludici…e forse proprio questa “forzatura” mi ha permesso di vivere la giornata in modo differente dal solito, di ridimensionare alcuni problemi e di gestirne degli altri.
Ho vissuto per tre settimane delle giornate in una nuova dimensione temporale. In cui non c’era bisogno di affrettarsi, non c’era bisogno di schizzare fuori dal letto al suono della sveglia, non c’erano automobilisti agguerriti con cui confrontarsi, né colleghi squallidamente competitivi da affrontare con una corazza di indifferenza.
Non c’erano telefoni che squillavano con utenti ignoranti all’altro capo del filo, non c’erano bagni sporchi come quelli dell’Autogrill dopo la visita di una comitiva appena scesa dal pullman.
Niente capi che non vogliono capire, nessun file inutile da compilare, nemmeno il caffè cattivo della macchinetta.
C’erano il silenzio di casa, le fusa di Shaki, pranzi caldi e gustosi, il pc senza blocchi del proxy che mi ha fatto divertire con una fiction carina. C’era l’affetto di chi mi è stato vicino in questi giorni, amiche con libri e chiacchiere, dvd per studiare anche da ferma qualcosa che potrà servirmi poi.

E l’attesa alla fine è stata meno spiacevole del previsto.
Ho fatto amicizia con casa mia. Ho scoperto che è un bel posto da vivere e non solo un rifugio per mangiare e dormire. Ho vissuto senza orari scanditi da qualcun altro. E mi sono accorta che il tempo passa lo stesso, non c’è affatto bisogno di ingannarlo.
Il piacere di leggere un libro sul divano, di sonnecchiare dopo mangiato, di stare davanti al pc solo e quando mi va…tutte cose che mi ero persa lungo la strada, mentre correvo, presa dalle pazzesche routine a cui siamo abituati ma che in fondo in fondo non ci vanno affatto giù.

Il mal di testa è quasi sparito. L’ufficio quasi dimenticato. Tutto sembrava distante e perdeva ogni traccia di peso, di consistenza, e, da un certo punto di vista, anche di significato.
Mi sono chiesta spesso, in quelle tre settimane, se valesse la pena di vivere tutti i giorni delle giornate così scomode e affrettate…se non fosse il caso di cercare qualcosa di più umano per rimettermi in carreggiata con un altro ritmo…meno frenetico e devastante.
Ho visto persone che sorridono sul posto di lavoro, senza necessariamente infangare qualcuno. Ho visto posti in cui, tra un problema e l’altro, si parla anche di vita personale, di faccende comuni e non solo di pc.
E ho pensato che il mio bisogno più grande, oltre alla guarigione del piede, oltre alla danza, oltre al ritrovare cose e persone perse chissà dove, era proprio quello di fermarmi un po’.
Rallentare.
Mettere a posto le cose.
Incollare foto in un album.
Stare un po’ con me.

E capire che una pausa non vuol dire sempre una tortura.
E che correre troppo senza una meta alla fine non porta proprio da nessuna parte.

Adesso, che nonostante tutto sono tornata almeno in parte alla vita di sempre, mi volto indietro e mi accorgo di quanto sia stato importante e prezioso quel momento di stop.
Soffro per il mio piede dolorante, ma devo ammettere che la pausa si è rivelata necessaria.
Ha aperto una finestra nel mio cuore pieno di smog. Ha fatto entrare un po’ d’aria pulita…e mi ha dimostrato che senza correre troppo a volte le cose si vedono in modo molto più definito.
Bisognerebbe farlo, ogni tanto, si scoprono un sacco di cose…

lunedì 10 agosto 2009

Briciole d’Irlanda, parte 2°*



Dopo la parentesi - seria e doverosa- dedicata alla brutta avventura della mia amica Cristina, riprendiamo con qualche piccolo ricordo della mia vacanza irlandese.

Il cibo – Mangiare in Irlanda non è mai un problema, ci sono pub e ristoranti ovunque, tavole calde presso i centri turistici, panini pronti nei supermarket, catene di fast food anche nel paesino più piccolo e sperduto.
La qualità del cibo è generalmente buona, carne e pesce abbondanti e ben preparati, insalate, verdure e dolci di vario tipo, il vero problema è l’assenza di varietà.
In tutta l’isola, i piatti proposti sono più o meno sempre gli stessi. Il classico stufato irlandese, spesso a base di birra Guinness, zuppe, pollo arrosto, salmone alla griglia o a vapore, pesce fritto, hamburger, bistecche.
Per i più goderecci aragoste e ostriche a volontà (che a me, però, non sono mai piaciute).
Altro problema è il prezzo del mangiare, i piatti sono cari anche nei pub, la spesa media si aggira attorno ai 20-25 euro a testa per un piatto unico e una birra media.
L’uso dell’olio d’oliva è praticamente assente. Si cucina quasi sempre col burro o a vapore, utilizzando salse e intingoli per ammorbidire e insaporire qualsiasi piatto.
Persino l’insalata è condita con un improbabile “dressing”, un miscuglio dall’aspetto poco rassicurante e dal sapore fin troppo deciso.
Il pane a tavola è spesso un optional, che va richiesto a parte. Con espressione incuriosita, alla richiesta di pane per accompagnare una pietanza, il cameriere porta quasi sempre un piattino con due fettine (piccole ma massicce) di pane scuro e l’immancabile dose di burro.
Le insalate contengono sempre abbondanti dosi di cipolla cruda. A fette, a pezzetti, tritata…anche buona, per carità, ma con quel sapore così persistente e “invadente” che qualche ora dopo ti fa pentire di averne anche solo assaggiato una forchettata.
Le cittadine sono anche piene di ristoranti etnici, soprattutto cinesi, indiani e thailandesi. Noi abbiamo ceduto (per noia alimentare) solo una volta per un pranzo economico all’indiano…non male, bene arredato, servizio gentile…niente di memorabile in ogni caso.
Per quanto riguarda i piatti “tipici”, ottimo lo stufato alla Guinness (che ti venga propinato un po’ ovunque è un’altra faccenda), buono il salmone (ma non così “tipico” come potessi aspettarmi), ricco e croccante il fish and chips (se mangiato nel posto giusto, e stavolta siamo stati fortunati), gustosa e prelibata l’apple pie, che resta uno dei miei dolci preferiti in assoluto.
Durante questo viaggio “speciale”, abbiamo anche cenato in un paio di ristoranti un po’ più costosi, deliziandoci con qualche ricetta un po’ più creativa, come le trote cosparse di mandorle e scorzette di limone, ripiene di puré al chorizo, l’anatra alle ciliegie con cavolo rosso, le frittelle di pesce allo zenzero, o una goduriosa torta tiepida di pan di spezie, pere e toffee…

Un capitolo a parte merita l’organizzazione dei pasti.
La prima colazione Irlandese è un pasto vero e proprio, che non ha nulla a che vedere con il veloce spuntino caffè-e-cornetto a cui siamo abituati noi.
Il tipico Irish Breakfast, servito con orgoglio nei pub e in qualsiasi hotel o guesthouse che si rispetti, è composto da:

- Un paio di uova all’occhio di bue o strapazzate
- 2 Salsicce fritte
- 2 fette di pancetta
- Funghi o fagioli
- Una fetta di Black pudding (sanguinaccio)
- Una fetta di White pudding (carne di maiale, grasso e farina d’avena)
- Pomodori grigliati

Queste sono le dosi per una persona.
Per tutto il viaggio mi sono chiesta come si affronti in questo paese il problema del colesterolo…
E vi confesso che, per una volta, la mia curiosità è stata tenuta a bada da un rifiuto totale, di prima mattina, nei confronti della colazione grassa e salata.
Non ce l’ho fatta, neanche una volta, con tutte le migliori intenzioni, ad iniziare la mia giornata con un simile affronto calorico…mi sono sempre limitata ai cereali, allo yogurt, e al pane tostato con burro e marmellata, sotto lo sguardo stupefatto del cameriere di turno che ogni volta sbalordito mi chiedeva “tutto qui?”.

Altro pezzo forte della colazione irlandese è il porridge.
Questo l’ho voluto provare.
Qualcuno mi aveva detto “Vale, il porridge fa davvero schifo”…ed io avevo pensato che in realtà non poteva essere così male. In fondo, dai, cosa sarà di male una pappa d’avena, a me i cereali piacciono tanto, ho trangugiato per anni gli All Bran, il riso soffiato, i cornflakes, e tutti quei fiocchi che sciolti nel latte si trasformano in una zuppa informe, cosa sarà mai un pappone in più?
Ed eccomi qua, seduta ad un tavolino con una spettacolare vista sull’oceano, in attesa del mio “porrige with fresh cream and honey”…crema di latte e miele…sembra una vera squisitezza con cui iniziare la mattinata…
E invece…
E invece, chi mi aveva avvertito, lo aveva fatto davvero col cuore.
La cameriera è arrivata con una ciotolina fumante…ma al contrario di ogni mia aspettativa, quel fumo non faceva nessun odore.
Il colore era lattiginoso, con i semi di avena talmente cotti da sembrare perle gonfie e trasparenti.
Ho aspettato che il calore diminuisse un po’, ho versato una buona dose di miele e panna fresca, mescolato con cura preparandomi a gustare chissà che sapore delicato e speciale…e….Colla da parati. Gelatinosa, vischiosa, totalmente insipida. Ho aggiunto miele, ho versato altra panna, il risultato non è cambiato affatto. Credo che il porridge sia stato in assoluto l’esperienza più deludente che ho avuto in questo paese…
Che dire, sono stata fortunata, in fondo…se la cosa più brutta è stata solo una colazione andata male…

E dopo la colazione, il pranzo…
A pranzo, anche d’estate con 30 gradi, è di rigore la zuppa, anzi, la “soup du jour”, scritto ovunque in francese, chissà poi perché.
In genere è sempre una zuppa di verdura. Bella calda, densa e gustosa.
Io ho assaggiato quella di carote e mi è piaciuta molto…se non fosse per il sole cocente sarei riuscita a finire tutta la ciotolona colma fino all’orlo.
Poi ancora sandwich di pollo freddo, insalate cipollose, e arrosti a volontà.

Per la cena, invece, nei pub bisogna andare presto, perché la cucina chiude alle 21.30.
Ma se si arriva per tempo (e in genere la fame non tarda a farsi sentire), spesso si scopre una cucina originale e curata all’altezza di un buon ristorante.

Per i nostalgici della cucina di casa, in Irlanda ci sono anche moltissimi ristoranti italiani. Io, da brava Vale-turista, ovviamente non ci ho mai messo piede. Ho provato, una delle 15 sere, ad assaggiare una carissima pizza in un pub. E mi sono detta “ben ti sta!” dopo 5 secondi dal primo morso.

Credo che nei prossimi post parlerò ancora di cibo e di piatti assaggiati in Irlanda. Anche quello, del resto, è parte integrante del viaggio e resta uno dei ricordi più nitidi anche a distanza di tempo. Perché in vacanza le cose hanno tutto un altro sapore. Lo stesso sapore, che alla fine, una volta tornati a casa, buono o meno, ci manca e siamo felici di avere, almeno una volta, provato anche noi.

* Nella foto (mia), tipico cibo grasso da vacanza: patate fritte, onion rings, e l'immancabile maionese all'aglio.

mercoledì 5 agosto 2009

Viola (Interruzione - seria - perché certe cose bisogna pur saperle)

Pubblico in un misto di indignazione e disgusto, il resoconto della mia amica Cristina, neomamma, alle prese con le meraviglie del nostro sistema sanitario.
E' una storia vera, accaduta pochi giorni fa.
Mi ha fatto piangere di dolore, anche se - e non per merito dei medici - ha avuto un lieto fine.
Auguro a Viola e alla mia amica Cristina di non rimettere mai più piede in un posto simile.
E lascio a lei la parola:

Domenica 26 luglio vengo finalmente ricoverata al San Camillo, ho finito il tempo, sono a 41+1 e non sono tranquilla a stare a casa ad aspettare.
Sono in stanza con due ragazze: Roberta, giovanissima, che è lì dal giovedì precedente ed è al terzo giorno di induzioni che fino a quel momento non hanno dato risultati e Tiziana, ricoverata insieme a me, stessa DPP.
Subito vengo a sapere che l’ospedale ha l’abitudine di provarle tutte prima di intervenire con l’ossitocina, Roberta e il ragazzo sono furiosi, sono giorni che lei sta male, ma niente, sempre a 3cm. Il personale dice che cercano di dare la possibilità alla donna di fare un parto naturale, scoprirò presto che il gel di naturale ha davvero poco.
Il lunedì decidono di indurre me e Tiziana con le fettucce, ma il farmaco manca (!) e si passa direttamente al gel. L’ostetrica mi fa anche un po’ di manovrine dolorose e lì partono le prime contrazioni. Forti ma irregolari, tutto il giorno così.
Siamo monitorate e visitate spesso, nessuna novità per qualche ora.
Nel frattempo Roberta sta male e finalmente la portano su. Non ci rivedremo perché verrà spostata di reparto. Ma so che Flavia, la sua bimba, sta bene.
La notte Tiziana rompe le acque (quasi senza sentire contrazioni) e viene portata in sala parto (piccola nota: si era alzata per avvertire e l’ostetrica di turno prima l’ha quasi spintonata per farla tornare a letto poi, quando lei ha detto che forse si erano rotte le acque, le ha detto “macchè!!!” come se fosse una cosa impossibile e poi le ha chiesto di alzarsi per andare in stanza visite, Tiziana ha avuto una contrazione forte e avrebbe voluto aspettare un secondo, ma quella l’ha praticamente trascinata per un braccio dicendo sgarbatamente”eeeh! Che vuoi che sia una contrazione!!!”. Non le credeva. Fatta la visita ha dovuto darle ragione)
Tiziana è stata fortunata, poche ore di travaglio non troppo doloroso, due spinte e Beatrice è venuta fuori.
Io invece no. Contrazioni per ore ogni sei minuti, poi più distanziate. Non chiudo occhio.
Tiziana ritorna alle 6, fresca come una rosa, chiacchieriamo a lungo del parto.
Il giorno dopo decidono di rifarmi il gel, questa volte due dosi e nella cervice. Un male cane.
Partono subito contrazioni fortissime. Ogni 4-6 minuti contrazioni a 99 (100). Vengo visitata ma niente, tutto chiuso. Passerò la giornata così, dalle 10 di mattina alle 20 di sera a soffrire. Vengono a trovarmi mia mamma, Claudio, la mamma di Claudio. Cerco di camminare, mi appoggio al muro quando arriva la contrazione. Sono veramente dolorose. La sera non ne posso più . L’ostetrica di turno mi visita, 1cm scarso. Mi dice che devo distrarmi (!!??) e togliermi di dosso quell’atteggiamento di donna che sta per partorire e si appoggia al muro, perché ci vorrà tempo, non è ORA. Per i dolori mi da un buscopan. Esco e mi metto a piangere in corridoio.
Piangerò molto, tutta la notte.
La notte passa con contrazioni ogni 10-15, ma sempre fortissime. Non chiudo occhio. Il giorno dopo il dottore mi visita e mi dice che così non si può andare avanti (ma va??!!) e che mi avrebbe fatto rifare il gel la mattina e ripetuto la sera e, se non succedeva nulla , il giorno dopo cesareo, gli dico che non ce la faccio più, che sono d’accordo.
Avverto tutti, mi sento sollevata. Arriva l’ostetrica (la solita carina ma col french nails che ogni volta che mi visita mi spacca) mi mette il gel vaginale. Passano si e no 5 minuti e arriva una contrazione fortissima. Ma che succede? Non si ferma, sembra aumentare. Resisto si e no un minuto e poi chiamo. Mi mettono il monitoraggio, inizio ad urlare, loro sorprese. L e contrazioni si susseguono una dopo l’altra praticamente senza pausa: inizia a scendere che già riparte la successiva, mi contorco e urlo, improvvisamente sento spingere fortissimo dentro, mi sento spaccare, lo dico e l’ostetrica fa un salto, passa dall’altra parte e mi visita dicendo “ma non è che me la fai qui ora?” e invece sono sempre a 1cm. E qui inizia la paura: sento il cuore di Viola che va sempre più piano, dai suoi soliti 135 BPM arriva a 60, poi 40… Loro chiamano il medico che arriva, guarda il tracciato, mi guarda e…..”eeeeeeeeeeeh! quante storie! Ma se non sono ancora quelle dolorose!” e riesce. L’ostetrica a quel punto dice “lo facciamo partorire al dottore, che dici??!!” Lo richiamano, parlano un po’ e poi mi dicono che mi portano in sala parto. Tutta una corsa, con loro che cercavano i cambi, le analisi, i documenti e io che indicavo urlando.
Mando un sms a Claudio “cesareo ora corri” non riesco a scrivere di più.
In sala parto mi attaccano di nuovo al monitoraggio. A quel punto non ho più il controllo. Il mio è un urlo unico, solo quando sento il suo cuoricino andare in tilt tento di respirare bene, ma non mi riesce, non ce la faccio perché non ci sono pause per riprendersi, sono stremata!. Finalmente sento una voce che mi dice:”signora, adesso le facciamo il cesareo, va bene?” Mando sms a Claudio “corri”. Dico che voglio la spinale, non voglio essere addormentata. In sala parto sono “gentili” come in corsia (c’è da aprire un post a parte per il trattamento che ci ha riservato il personale, tutti, dagli infermieri alle ostetriche ai medici) mi sgridano perché peso (“la prossima volta non prendere tutti sti kg!, guarda che gambe! Non riusciamo a spostarti”), perché non mi muovo bene, perché mentre mi mette il catetere sento dolore, perché non collaboro, perché ho il reggiseno e una camicia da notte non adatta-e che ne sapevo io che sarei stata portata d’urgenza in sala operatoria??!!. Commentano con pietà le mie smagliature e si rimettono a parlare del mio peso.
L’unico gentile è l’anestesista, che sembra il nonno di Heidi, con la barba bianca e gli occhi buoni, la voce calme e dolce. Mi coccola proprio e guarda male gli altri. In poco tempo sono sdraiata, con le gambe che non sentono più. Chiedo se il mio compagno può entrare, so che in alcuni ospedali lo fanno, c’è il telo… Mi rispondono sgarbatamente “seeee…tu hai visto troppi film, bella mia! Qui siamo in sala operatoria, mica al cinema” Mi viene da piangere, immagino il dispiacere di Claudio, ma a quel punto so che doveva andare così. Mentre tirano fuori la mia Viola sento discorsi angoscianti su cesarei andati male, donne riaperte per ematomi o infezioni o altro, non è rassicurante, ma io penso solo a lei e quando sento alla radio Life in Technicolor dei Coldplay, mi metto a canticchiare, per allontanare la paura che lei stia male, per dirle “vieni fuori, amore mio” per trovare la forza. Mia figlia è nata in quel momento, alle 10,55 di mercoledì 29 luglio 2009. La sento. Ma non me la fanno vedere , poi verrò a sapere che di solito la mostrano subito alla mamma. Immagino che sia perché il chirurgo, quando ha aperto ha esclamato “Oddio! E che è qui??!!” Dopo collegherò il tutto alla sua sofferenza fetale… Sento anche qualcuno dire “…5giri di cordone” sul numero non sono sicura, però.
Vengo a sapere che Claudio è fuori. Non ho neanche la forza di chiedere se lei sta bene, temo la risposta, mi sento una madre cretina. Sarà l’anestesista a dirmelo, mentre mi accarezza il viso. Poi me la portano, avvolta in un telo, per il primo bacetto. Ha l’odore più buono del mondo. Piango. E sempre l’anestesista, sorridendo, mi asciuga le lacrime.
Quando mi portano fuori, Claudio è lì con le lacrime agli occhi, mi chiede come sto, mi dice che è bellissima, sta bene e che io sono stata tanto brava e coraggiosa. Lui era nella stanza accanto. Quando era arrivato gli avevano detto “si, ora le facciamo vedere la bimba e sua moglie” e lui era cascato dalle nuvole, perché non credeva avessi già fatto! Lo hanno lasciato con lei mentre mi ricucivano, a guardarla, ammirarla…
Il momento più bello finalmente arriva. Noi tre in una stanzetta, soli soletti, lei attaccata al seno. Non lo dimenticherò mai. Il momento più felice della mia vita.
Non mi soffermerò qui sul dopo, che è forse peggio del prima. Voglio scrivere ai giornali su questo. Scrivere di come sono stata trattata, dell’incompetenza, cattiveria, ignoranza, di gente che non sa mettere una flebo, che ti lascia sola, che non ti aiuta e, quando chiedi aiuto te, ti urla contro o fa finta di non sentire. Accenno solo che mia figlia, il giorno stesso che è nata, in orario di visite, era al nido e stava per soffocare con un rigurgito di meconio, mentre le puericultrici e ostetriche erano da un’altra parte a chiacchierare. Grazie al cielo mia suocera era lì e ha quasi sfondato la vetrata a pugni. Sono entrate, l’hanno presa , spogliata e le hanno infilato tubi ovunque, tutto davanti alla gente stupefatta. Una di queste “signore” ha avuto anche il coraggio, mentre me la portava per la poppata delle 19, di urlare in faccia a mia figlia, perché aveva di nuovo vomitato meconio, questa volta addosso ad un pupetto che era con lei nella culletta e le parole sono state “mannaggia a te! Già cominci a sputargli in faccia ai ragazzini italiani, eh!?” Nota bene: Viola era ovviamente registrata con mio cognome … straniero. Claudio ha chiesto spiegazioni, ma lei l’ha buttata sullo scherzo e allora anche lui fingendo di scherzare l’ha minacciata che se succedeva qualcosa al nido o se le veniva dato qualcosa di diverso dal mio latte, sarebbero stati cavoli suoi.
Questa è solo una “chicca” dei giorni trascorsi in quell’inferno di posto. Voglio ricordare per far si che altre non vivano la stessa mortificante e dolorosa esperienza. Affinchè nessun altro bimbo rischi la vita per venire al mondo per colpa di pratiche sbagliate.
Ora Viola è con me, a casa. Quando la macchina si è fermata davanti al portone, sono scoppiata a piangere e non riuscivo a scendere, non potevo crederci.
Hai avuto un inizio difficile, amore mio. Ma sono sicura che il tuo futuro sarà radioso, e quel leoncino che c’è in te saprà affrontare ogni difficoltà. Sei la nostra gioia più grande, Ti amiamo tanto.
Mamma e papà.

martedì 21 luglio 2009

Briciole d’Irlanda - prima parte


Prima di cominciare con il resoconto del viaggio (stavolta sarà necessariamente ridotto per motivi di spazio e tempo) pensavo di buttare giù qualche impressione generale raccolta in questi 15 giorni trascorsi alla scoperta dell’Isola.
Inizierei ringraziando di nuovo tutti quelli che hanno reso possibile e bella questa vacanza-regalo, permettendomi di prenotare alberghi particolari e di starmene in giro per questo splendido paese due settimane di seguito senza paura di restare in bolletta.
Due settimane, in realtà, volano in fretta e non sono sufficienti per gustarsi tutto con calma, ma ci hanno offerto una bella panoramica di posti, persone, paesaggi e cultura.
Ecco un po’ di impressioni in ordine sparso.

Il verde – La chiamano, a ragione, la “verde Irlanda”… le foto che trovate sul web fanno mille promesse , e questo splendido paese le mantiene tutte. Un verde particolare, con infinite sfumature, che cambiano con il mutare della luce del sole…distese sconfinate d’erba, colline, montagne, campi…la natura prevale sulla città. Anche nei centri abitati, grandi spazi sono dedicati ai giardini pubblici. E sono giardini “veri”, tutti da vivere, dove si può camminare senza fare lo slalom tra cartacce e bottiglie abbandonate, e prendersi momenti di relax sdraiandosi a terra, senza paura di sporcarsi con i “ricordini” di qualche cane indisciplinato…Le multe per chi sporca sono molto salate e il senso civico molto radicato.
Ogni castello e palazzo ha la sua tenuta, veri e propri parchi curatissimi, spesso con piante esotiche e fiori di tutte le dimensioni…I campi da golf abbondano in tutto il paese, e quell’erba fitta, che sembra quasi moquette, ci fa dimenticare il grigio dell’asfalto trasmettendo un senso di pace e tranquillità.
Per gli amanti della natura, sia di quella “addomesticata” che di quella selvaggia, l’Irlanda è la meta ideale: il suo verde è davvero per tutti i gusti.

Il tempo – La prima cosa che mi hanno detto quando ho parlato del mio viaggio in Irlanda è stata “mmm, bello, però ricordati che piove sempre”. Non è un bel modo di prepararsi a partire, sapere di dover girare tutti i giorni con l’ombrello…ma vi dirò…non si tratta tanto di pioggia, quanto di instabilità.
Il tempo che abbiamo trovato non è stato particolarmente piovoso (pare che giugno sia un ottimo periodo per visitare il paese) quanto variabile.
Dei quindici giorni trascorsi sul posto, sarà stata fortuna, abbiamo trovato moltissime giornate di sole…ma più che giornate si tratta di “momenti”, più o meno lunghi, perché spesso il tempo cambia ogni 5 minuti, e disorienta un po’.
Ti svegli la mattina col cielo coperto di nubi, aspettandoti il peggio…poi il tempo di far colazione ed esci con un sole radioso che scalda persino il cuore…Passa una mezz’oretta e arriva una pioggerellina insidiosa, di quelle per cui non vale la pena di aprire l’ombrello, ma ti impasta i capelli in un groviglio informe. Gli abitanti del posto non ci fanno nemmeno caso…non cercano un riparo nemmeno sotto l’acqua scrosciante, continuano a camminare come se nulla fosse…forse perché riescono a capire che durerà poco, che è solo un attimo e a breve le nuvole se ne andranno.
Insomma, se decidete di fare un salto da quelle parti, vi sarà utilissimo un k-way. Oltre a ripararvi dalla pioggia, vi proteggerà anche dal vento e diventerà parte integrante del pratico abbigliamento “a strati”, necessario per fronteggiare ogni capriccio meteorologico.

L’armonia – avrei potuto parlare di “ordine”…ma non avrebbe reso l’idea allo stesso modo. Nelle cittadine irlandesi, come nelle campagne, le cose non sono semplicemente “al loro posto”…sono in armonia.
I marciapiedi sono puliti, le strade asfaltate alla perfezione, l’erba tagliata al punto giusto. Ogni posto da vedere ha il suo centro visitatori con bagni gratuiti, funzionanti e il più delle volte persino profumati. Brochure illustrate e cartine sono disponibili ovunque. La casa di campagna più sperduta ha i fiorellini alle finestre…sembra un altro pianeta. Fuggendo dal caos italo-metropolitano quasi un paradiso.
La prima cosa che mi salta in mente è che i nostri “amministratori” dovrebbero farci un giro e prendere esempio…L’Irlanda non è un paese particolarmente ricco, ma ha una dignità e un decoro che ci lascia davvero in ginocchio.

La disponibilità – in tutto il viaggio non ho trovato una singola persona sgarbata. Gli automobilisti sono disciplinati e rispettosi, danno la precedenza ai pedoni e ti fanno attraversare con un cenno della mano anche quando e dove non potresti. Se per strada ti fermi a guardare una cartina con aria perplessa, qualcuno spesso si ferma a chiederti se vuoi una mano. I cassieri dei negozi sono ottimi intrattenitori, ti chiedono da dove vieni, quanto tempo resti e ti augurano buone vacanze alla fine della conversazione. In ogni punto di ristoro, dal ristorante al pub, il cameriere di turno passa di tanto in tanto a chiederti se il cibo e le bevande sono di tuo gradimento. Questa serie di piccole cortesie, che a pensarci bene sono solo esempi di convivenza civile e buona educazione, ci lasciano a bocca aperta. Non ci siamo abituati. Nella grande città italiana, dove tutti si fanno i fatti loro e passi il tempo a sgomitare cercando di conquistare il tuo spazio mentre attorno a te tutti cercano di salirti sui piedi…i primi tempi fatichi quasi a crederci. E se qualcuno si avvicina a parlare la prima cosa che ti viene in mente è “ ma questo qui che vuole?”. Ma alle cose buone, per fortuna, ci si abitua in fretta…e la buona educazione, la cortesia e il buonumore degli irlandesi diventano ben presto una costante che rende ancora più sereno il nostro viaggio…e mette una gran voglia di tornare.

*Quello nella foto è un crumble di mele...ve ne parlo un'altra volta...

martedì 7 luglio 2009

Un altro viaggio


Sembra che per una strana serie di coincidenze quest’anno riesca ad approdare sul blog solo per raccontarvi delle mie avventure di viaggio. Eppure questi giorni non sono stati così piatti come potrebbe apparire…forse, al contrario, la frenesia delle giornate e dei pensieri mi ha impedito di prendere il tempo necessario per fermarmi a scrivere…e solo ora, di ritorno da una lunga vacanza itinerante, mi impongo di raccogliere le idee e mettere tutto nero su bianco (o pixel su pixel…insomma fate un po’ voi).

Ve l’ho già detto, c’è stato un anello di mezzo, con tutta l’organizzazione che comporta, una serata che più splendida di così sarebbe stato difficile, due giorni di liste e valigie, e poi il decollo….verso il nord.

Stavolta vi parlo di Irlanda.
E non sarà una cosa “toccata e fuga”, perché finalmente dopo tempo immemore sono riuscita a prendermi 2 settimane tutte per il mio (nostro) viaggio, e per visitare il paese in lungo e in largo, almeno vederne (e goderne) un bel po’…anche se mi guardo indietro e ogni giornata sembra un attimo.

Prima di tutto il motivo della scelta.
Un gran bisogno di verde.
Al bando le Seychelles e le Maldive di turno….so che saranno senz’altro posti meravigliosi…ma sono sicura che mi sarei annoiata a non finire dopo soli 3 giorni di spiaggia, cocktail con ombrellino e cucina del villaggio. Senza parlare dei turisti italiani…magari in luna di miele…lungi da me….facciamo un’altra volta…
Avevo bisogno di aria, ossigeno, campi, colline, montagne, mare in tempesta. Avevo bisogno di tagliare dalla mia cultura, di tuffarmi in un mondo non troppo lontano ma differente dal mio.
Di scappare dal traffico, dai computer, dal caldo afoso, dalle tavole calde, dai colleghi pesanti.

Ho preso cataloghi, chiesto preventivi, progettato un itinerario e alla fine ho fatto da me. Prenotando tutto sul Web, 15 giorni, 11 alberghi, tante destinazioni. Partenza da Dublino, noleggio macchina, navigatore alla mano (barattato da Mediaworld in cambio di una Mokona che nella mia cucina non sarebbe mai entrata), un percorso articolato tra natura e cultura, città e campagna, antico e moderno. Un sacco di carne al fuoco.

Due valige a testa perché ci piace avere tutto a portata di mano (lo so, in campeggio non durerei più di 3 giorni) , e perché il tempo da quelle parti è perennemente instabile. Magliette, maglioni, felpette, giubbini, costumi da bagno (non si sa mai), vestiti eleganti (c’erano castelli di mezzo…e cene romantiche in vista, come da copione), mappe, voucher virtuali, il phon (prezioso alleato del capello ribelle sotto le avverse condizioni atmosferiche), scarpe (perché –ammettiamolo- è vero che non sono mai abbastanza) e tutto quello che la fantasia mi ha suggerito in due giorni di pausa tra la festa e la partenza.

Molti mi avevano detto che mi sarei stancata (pensavano, sospirando, alle palme e agli ombrellini sulla piña colada) e non avevano tutti i torti…ma devo ammettere che ne è valsa la pena, almeno per avere una panoramica su questo magnifico paese e su tutte le bellezze che offre per ricaricare il corpo e lo spirito…
I panorami che ho visto, i posti che ho visitato, l’aria che ho respirato…e i suoni, la musica, i sapori, gli odori…queste esperienze sono state il regalo più bello che parenti e amici potevano farmi per festeggiare questo evento speciale.
Li ringrazio tutti, uno per uno.
E vi racconto, per quanto possibile, un pezzetto di questa avventura…

giovedì 2 luglio 2009

Raccolta differenziata


“Sono tornata”, ha annunciato la signora M. di ritorno dalle ferie con aria trionfante e più severa del solito.
Ha imbracciato il suo spazzolone sposta-polvere (non la porta via, la sposta soltanto, sollevando dense nuvole grigie al suo passaggio) e si è incamminata con indolenza facendosi strada tra i cavi di rete della stanza.

La signora M. è la nostra donna delle pulizie in ufficio.
Ha un’età indefinita tra i 50 e i 60 anni, veste in modo sciatto, non si trucca, a parte due righe sbavate di matita blu sotto gli occhi, spesso porta un mollettone in testa. E’ stanca. Posso capirla bene, il suo non è un lavoro edificante, ma non perde occasione per farci pesare quello che fa per noi.
La nostra stanza, inutile dirlo, è un porcile. Non perché siamo sporchi noi…è perché la signora M. col suo strano arnese simil-mocio asciutto sposta la polvere e basta, non la toglie, svuota i cestini ogni 2-3 giorni (3 cestini con 12 persone, si riempiono in mezza giornata) e, appena può, ci rimprovera.

La sua, in un ufficio come il nostro (e in una posizione da “esterni” come la nostra), è una posizione di potere.
Se “siamo bravi” lei fa finta di pulire e noi evitiamo di essere inglobati in un mega cespuglio di polvere e capelli. Se qualcosa non le va giù, per qualche giorno non ci degna della sua presenza e noi subiamo le esalazioni di bucce di banana putrescenti e residui ammuffiti di yogurt, siamo subissati dalle bottiglie di plastica e dai cartoni usati di pizza. Senza poter dire nulla.
Non è facile la vita da “esterni”.

Ma torniamo alla signora M. e alla sua dichiarazione iniziale…un po’ troppo “gasata” per essere di rientro dalle ferie. Negli occhi aveva uno strano luccichìo, quello un po’ folle di quando sta architettando un nuovo rimprovero..ha già protestato per i fili per terra, per le troppe sedie in mezzo alla stanza (come se qualcuno potesse lavorare in piedi…), per i tavoli pieni di carte (che in ogni caso lei non pulisce), per le scrivanie ingombranti e mille altre cose.
Ora, però, è diverso. Perché la signora M. è diventata ambientalista. E ha deciso che dobbiamo cominciare a dividere i rifiuti, per fare la raccolta differenziata.
Fin qui nulla di male, se non fosse che le sue regole di suddivisione diventano ogni giorno più complesse e creative.

I bicchieri di plastica non vanno nella plastica, vanno nel cestino dell’umido, perché sono bagnati. Le bottiglie dell’acqua devono essere svuotate nel lavandino prima di gettarle via. La carta sporca va nell’umido. La carta plastificata non si sa, a volte la buttiamo in un posto (che a lei non va) a volte in un altro (che a lei non va comunque). Le bottiglie vanno schiacciate così occupano meno posto, e così via.
Poi ogni tanto arriva un omino e butta tutto in un unico secchio nero di plastica. E comincia un’altra giornata di raccolta.

Ma perché sono qui a parlarvi della signora M. e della sua nuova mania?
Perché l’idea, a pensarci bene, non è affatto male.
Io vorrei fare, soprattutto in questo periodo, una bella raccolta differenziata dei ricordi e dei pensieri.
Tre bei cestini colorati, tipo quelli di Ikea, uno accanto all’altro.

Nel cestino n.1 quello azzurro, metterei tutte le cose belle successe dalla primavera ad oggi. Le lezioni di danza con le percussioni dal vivo, i cieli azzurri, i fiori spuntati in giardino, le risate con gli amici, gli auguri arrivati da chi non mi aspettavo, le persone ritrovate dopo tanto tempo, un anello importante con un doppio significato, una mattina di sole, le orchidee, l’abbraccio di mia madre, l’emozione di una promessa, la felicità di una bellissima serata, una danza dedicata a me che mi ha fatto commuovere, degli applausi, i fili d’erba, un viaggio itinerante, dei paesaggi meravigliosi e non troppo lontani.

Nel secondo cestino, quello verde, metterei le speranze. Quello che vorrei per me e per chi mi vuole bene. Un lavoro più umano (anche lo stesso, ma semplicemente meno freddo e cattivo), un corso di danza da vivere con serenità e in cui migliorare il più possibile, giornate di sole (fuori e dentro), risate, coraggio, e spirito di iniziativa. Riuscire a riprendere i fili di quello che conta davvero e non dimenticarmene mai.

Nel terzo cestino, facciamolo marrone, questo qui, metterei tutto ciò che voglio buttar via di questi ultimi mesi. Le delusioni, gli abbandoni, la rabbia, le critiche senza costrutto, il mobbing, il mal di stomaco e il mal di testa, l’agitazione, l’ansia, il non volersi alzare la mattina per non tornare in quell’inferno creato dal nulla. Le doppie facce, l’amicizia di comodo, chi ti cerca solo per usarti come valvola di sfogo e assorbe le tue energie lasciandoti vuota e sola.
Le giornate di pioggia. L’umidità. I capelli bianchi.

Cosa farei, poi di questa bella raccolta multi-cestino non saprei.
Forse è solo un po’ una scusa per fare il punto della situazione dopo essere stata lontana per tanto tempo.
Perché, come la signora M., anch’io ora “sono tornata” in questo spazio virtuale.
Con voi.
E ho un bel po’ di cose da raccontarvi.