
“Sono tornata”, ha annunciato la signora M. di ritorno dalle ferie con aria trionfante e più severa del solito.
Ha imbracciato il suo spazzolone sposta-polvere (non la porta via, la sposta soltanto, sollevando dense nuvole grigie al suo passaggio) e si è incamminata con indolenza facendosi strada tra i cavi di rete della stanza.
La signora M. è la nostra donna delle pulizie in ufficio.
Ha un’età indefinita tra i 50 e i 60 anni, veste in modo sciatto, non si trucca, a parte due righe sbavate di matita blu sotto gli occhi, spesso porta un mollettone in testa. E’ stanca. Posso capirla bene, il suo non è un lavoro edificante, ma non perde occasione per farci pesare quello che fa per noi.
La nostra stanza, inutile dirlo, è un porcile. Non perché siamo sporchi noi…è perché la signora M. col suo strano arnese simil-mocio asciutto sposta la polvere e basta, non la toglie, svuota i cestini ogni 2-3 giorni (3 cestini con 12 persone, si riempiono in mezza giornata) e, appena può, ci rimprovera.
La sua, in un ufficio come il nostro (e in una posizione da “esterni” come la nostra), è una posizione di potere.
Se “siamo bravi” lei fa finta di pulire e noi evitiamo di essere inglobati in un mega cespuglio di polvere e capelli. Se qualcosa non le va giù, per qualche giorno non ci degna della sua presenza e noi subiamo le esalazioni di bucce di banana putrescenti e residui ammuffiti di yogurt, siamo subissati dalle bottiglie di plastica e dai cartoni usati di pizza. Senza poter dire nulla.
Non è facile la vita da “esterni”.
Ma torniamo alla signora M. e alla sua dichiarazione iniziale…un po’ troppo “gasata” per essere di rientro dalle ferie. Negli occhi aveva uno strano luccichìo, quello un po’ folle di quando sta architettando un nuovo rimprovero..ha già protestato per i fili per terra, per le troppe sedie in mezzo alla stanza (come se qualcuno potesse lavorare in piedi…), per i tavoli pieni di carte (che in ogni caso lei non pulisce), per le scrivanie ingombranti e mille altre cose.
Ora, però, è diverso. Perché la signora M. è diventata ambientalista. E ha deciso che dobbiamo cominciare a dividere i rifiuti, per fare la raccolta differenziata.
Fin qui nulla di male, se non fosse che le sue regole di suddivisione diventano ogni giorno più complesse e creative.
I bicchieri di plastica non vanno nella plastica, vanno nel cestino dell’umido, perché sono bagnati. Le bottiglie dell’acqua devono essere svuotate nel lavandino prima di gettarle via. La carta sporca va nell’umido. La carta plastificata non si sa, a volte la buttiamo in un posto (che a lei non va) a volte in un altro (che a lei non va comunque). Le bottiglie vanno schiacciate così occupano meno posto, e così via.
Poi ogni tanto arriva un omino e butta tutto in un unico secchio nero di plastica. E comincia un’altra giornata di raccolta.
Ma perché sono qui a parlarvi della signora M. e della sua nuova mania?
Perché l’idea, a pensarci bene, non è affatto male.
Io vorrei fare, soprattutto in questo periodo, una bella raccolta differenziata dei ricordi e dei pensieri.
Tre bei cestini colorati, tipo quelli di Ikea, uno accanto all’altro.
Nel cestino n.1 quello azzurro, metterei tutte le cose belle successe dalla primavera ad oggi. Le lezioni di danza con le percussioni dal vivo, i cieli azzurri, i fiori spuntati in giardino, le risate con gli amici, gli auguri arrivati da chi non mi aspettavo, le persone ritrovate dopo tanto tempo, un anello importante con un doppio significato, una mattina di sole, le orchidee, l’abbraccio di mia madre, l’emozione di una promessa, la felicità di una bellissima serata, una danza dedicata a me che mi ha fatto commuovere, degli applausi, i fili d’erba, un viaggio itinerante, dei paesaggi meravigliosi e non troppo lontani.
Nel secondo cestino, quello verde, metterei le speranze. Quello che vorrei per me e per chi mi vuole bene. Un lavoro più umano (anche lo stesso, ma semplicemente meno freddo e cattivo), un corso di danza da vivere con serenità e in cui migliorare il più possibile, giornate di sole (fuori e dentro), risate, coraggio, e spirito di iniziativa. Riuscire a riprendere i fili di quello che conta davvero e non dimenticarmene mai.
Nel terzo cestino, facciamolo marrone, questo qui, metterei tutto ciò che voglio buttar via di questi ultimi mesi. Le delusioni, gli abbandoni, la rabbia, le critiche senza costrutto, il mobbing, il mal di stomaco e il mal di testa, l’agitazione, l’ansia, il non volersi alzare la mattina per non tornare in quell’inferno creato dal nulla. Le doppie facce, l’amicizia di comodo, chi ti cerca solo per usarti come valvola di sfogo e assorbe le tue energie lasciandoti vuota e sola.
Le giornate di pioggia. L’umidità. I capelli bianchi.
Cosa farei, poi di questa bella raccolta multi-cestino non saprei.
Forse è solo un po’ una scusa per fare il punto della situazione dopo essere stata lontana per tanto tempo.
Perché, come la signora M., anch’io ora “sono tornata” in questo spazio virtuale.
Con voi.
E ho un bel po’ di cose da raccontarvi.

